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venerdì, 15 giugno 2007

cessate-il-cessate-il-fuoco (considerazioni "generazionali" sulla non violenza)
ero in spagna il giorno in cui eta ha dichiarato la fine del cessate il fuoco. colpisce il fatto che dal loro punto di vista l'attentato all'aeroporto di barajas del 30 dicembre non fosse considerata una violazione del cessate il fuoco. il ragionamento che fanno è talmente politicista e capzioso che non ho nemmeno voglia di metterlo per iscritto. ma non è di questo che voglio parlare.

nei giorni successivi naturalmente non si parlava d'altro con amici e conoscenti. riporto qui più o meno fedelmente quello che ho scritto all'amico f., un trentenne italiano che vive in galizia, a commento di una serie di discussioni avvenute a vigo (con lui e la sua compagna, una galiziana che ha vissuto nel paese basco fino a 12 anni) e con altri amici a madrid nei giorni successivi:

"ovviamente ieri sera a madrid a cena con amici è risaltato fuori il tema di eta e del cessate-il-cessate-il fuoco. tutti più o meno di sinistra, il più giovane 28, la più anziana 60; a parte me e un ragazzo peruviano che vive in europa da meno di sei mesi, tutti gli altri spagnoli. sembra che anche qui ci sia parecchio di "generazionale" (e lo dico contro ogni mia radicata convinzione politica, dato che penso che le interpretazioni possano e debbano cambiare ma le buone idee politiche restino più o meno sempre quelle), nel senso che di fronte al "che fare" (e scusa il lessico politico veteromarxista), o più prosaicamente "chi votare", il discorso dei più giovani era analogo al tuo (a fronte di una discriminante fondamentale come quella dell'uso della violenza, un gesto di resistenza individuale e "prepolitica" come l'astensione piuttosto che votare gente pur politicamente affine ma che non prende nettamente le distanze dall'uso della violenza) mentre dalla mia età in su era piuttosto quello di riconoscere che, in un contesto in cui la violenza e la repressione sono parte integrante del conflitto, usare la violenza come discrimine suoni solo come un chiamarsi fuori, ancorché onesto e apprezzabile. ovviamente questa per un non-violento radicale come me è una riflessione molto difficile: l'idea di rifiutare la violenza in sé, senza per questo rifiutare come interlocutore chi la pratica (entro certi limiti, evidentemente), per pragmatismo o per riconoscimento di una ragione "politica" per quanto non condivisibile nelle modalità, continua a sembrarmi l'unica forma di dialogo (oserei anche dire di "appartenenza", se non fosse per il mio viscerale rifiuto del nazionalismo in quanto tale - altro tema molto complesso e paradossalmente analogo al rifiuto della violenza in quanto tale) possibile con una parte minoritaria si, ma non piccola, della società basca, ma anche del resto della spagna. un po' come quando nei '70-'80 si diceva "né con lo stato né con le br": le cose sono andate in tutt'altro modo, purtroppo sappiamo come."

Postato da: underworld a 12:10 | link | commenti |


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