una nuova cazzumaglia social sul web
eccola: è la mia libreria online.
un aeroplano sta passando sopra la mia testa
proviene da parigi, alle 13,25 ci ritorna.
the underworld guide to the venice biennale
tanto per cominciare: questa è una bellissima biennale, direi la migliore dai tempi del compianto harald szeemann.
il curatore, robert storr, è un signore sobrio, che ha bandito da questa edizione ogni forma di provocazione, dove per provocazione intendo quei tipici personaggi da biennale che pensano di epater le bourgeois solo perchè espongono un collage di peli pubici o un fotomontaggio con il papa in reggicalze. niente cazzate (se proprio non potete fare a meno di questo genere di cose, vi soccorre il padiglione italia, quest'anno all'arsenale, dove il solito vezzoli - ma esisterà davvero, o è un'identità fittizia stile lisa biondi? - sforna il solito video all-stars con cui ci spiega che le elezioni presidenziali americane sono, pensa un po', una pagliacciata. la buona notizia è che l'altra metà del padiglione offre un paio di splendide installazioni di giuseppe penone).
il titolo della mostra tematica di questa edizione - pensa con i sensi, senti con la mente - è molto brutto, ma una volta tanto realmente pertinente. l'idea è quella di offrire una panorimica vasta (ma non sterminata, altra ottima idea del signor storr) sulle due linee estetiche che si sono alternate sul palcoscenico dell'arte contemporanea per tutto il ventesimo secolo - la fortuna dell'una basata (anche) sulla svalutazione del ruolo dell'altra, fino al prossimo giro della giostra - e che oggi sembrano invece in grado di condividere lo stesso palcoscenico, metafora di una borghesia che ha scacciato l'incubo marxiano dell'autoimplosione acquisendo la capacità di digerire e persino mettere in scena ogni tipo di dissenso. mi riferisco da una parte a un'arte che pretende di essere strumento di interpretazione della realtà, di critica politica e, si sarebbe detto un tempo, di trasformazione della società, dall'altra parte a una tendenza che postula valori puramente estetici, l'art pour l'art fino ai suoi esiti più recenti, spesso puramente "decorativi" e "superficiali". alle due tendeze corrispondono di fatto le due sedi espositive, arsenale e giardini di castello, in cui come di consueto si articola la mostra tematica.
naturalmente i criteri di suddivisione non sempre sono condivisibili, un paio di esempi: la collocazione di due artisti spesso "militanti" come gerhard richter e jenny holzer tra l'arte "decorativa" è possibile nel caso di richter solo previa assoluta decontestualizzazione delle opere esposte, nel caso di holzer è semplicemente inspiegabile.
in ogni caso l'arsenale, che ospita la sezione "arte impegnata", si apre, qui sì un po' provocatoriamente, su un'installazione e alcuni video di un quasi-giovane bresciano di cui non ricordo il nome, che cerca di ribaltare il luogo comune secondo il quale il cuore dell'arte "impegnata" batte a sinistra, facendone invece coincidere la nascita con quella del futurismo. seguono una serie di proposte davvero interessanti, tra cui segnalo:
- leon ferrari, argentino, che espone una serie di spelndidi collage che mettono in risalto l'ipocrisia delle gerarchie vaticane e il loro ruolo di implicito (o esplicito...) appoggio al nazismo e alla dittatura argentina;
- nedko solakow, giovane artista bulgaro autore di una "spassosa" installazione sull'aspra vertenza che vede russia e bulgaria affrontarsi sul tema della proprietà intellettuale dei kalashnikov, che la bulgaria continua a produrre dai tempi del patto di varsavia, senza pagare nessun tipo di royalties alla russia.
- zoran naskovsky, serbo, autore di una chiassosa video-installazione sulla televisione serba durante i bombardamenti nato del'99.
- y.z.kani, un iraniano naturalizzato statunitense, autore di una serie di intensissimi ritratti di figure maschili con una fortissima caratterizzazione etnica e/o religiosa.
poco da segnalare sulla sezione "arte decorativa", parecchie cose carine ma tutto molto più soggettivo, quindi meno interessante da raccontare qui (vabbé, faccio un'eccezione per il mio adorato giovanni anselmo).
tre segnalazioni per quanto riguarda le partecipazioni nazionali: una folle videoperformance di due deliranti "cabarettisti" - los torreznos - al padiglione spagnolo, un eccellente pittore danese, troels wörsel (http://www.venedigbiennalen.dk/NewFiles/dk_filer/dk_images.html), e una splendida, desolata installazione di monika sosnowska al padiglione polacco (su http://www.labiennale.art.pl/ ci sono un sacco di foto di suo lavori uno più bello dell'altro, ma curiosamente mancano proprio le foto dell'installazione veneziana).
un'ultima riflessione sulla mostra tematica: gli artisti presenti in mostra per la stragrande maggioranza vivono fuori dal loro paese d'origine, anche se mantengono sempre una qualche specificità nazionale - no al cosmopolitismo o "omogeneizzazione globalizzata", dunque, ma neppure "piccole patrie" in cui rinchiudersi. una delle rare volte in cui "think local, act global" non sembra solo uno stupido slogan.
sob
si invecchia. e si perde la capacità di scrivere due post nello stesso font.
tre famiglie italiane
forte dei marmi, interno notte. una conversazione leggera tra conoscenti di vecchia data che non si vedono da tempo.
x ha quarant'anni. suo padre è un imprenditore, quel che si dice un self made man, reazionario ma "con un cuore grande così", come si sarebbe detto una volta. continua a vivere con sua madre e ha un'amante dall'ottantadue. in teoria sua moglie non lo sa. ma tutto il resto del mondo si.
y ha trentanove anni e viene dalla famiglia che tutti a vent'anni abbiamo sognato di avere: genitori relativamente giovani, aperti, decisamente progressisti - madre insegnante, padre alto gerarca di una ricca banca padana. quando y aveva ventiquattro anni, e suo fratello qualcuno in meno, suo padre un giorno raduna la famiglia e racconta di avere un altro figlio diciottenne, regolarmente riconosciuto e mantenuto. per un po' la famiglia sembra disintegrarsi, poi i genitori decidono di andare in pensione e trasferirsi lontano dalla grande città.
z ha quarant'anni, anche lei genitori colti (professore universitario lui, dirigente dei servizi sociali in un capoluogo di provincia lei) e progressisti (comunisti, si sarebbe detto oltre vent'anni fa, quando li conobbi), anche se il suo rapporto con loro, specie con il padre, è decisamente più complicato di quello di y. un giorno il padre lascia la madre e se ne va con un'altra, trent'anni più giovane di lui. nasce un figlio. lui non lo riconosce. lui torna con la moglie. nasce un secondo figlio. questi due figli sono tecnicamente (ma non legalmente, visto che il padre non li ha riconosciuti) zii dei figli di z, pur avendo qualche anno meno di loro. il padre di z si rimette con la madre di z. la madre di z è felice. il padre di z mostra del risentimento nei confronti di z perché lei non è entusiasta all'idea che i suoi figli e i suoi fratellastri crescano insieme.
sto traducendo un saggio di wim wenders che, oltre a una valanga di sciocchezze, contiene un'interessante distinzione tra storie personali e storie private. a partire dalle prime si possono produrre opere d'arte, le seconde generano solo imbarazzo in chi le racconta e in chi le ascolta. a che categoria appartengono queste tre storie? ci dicono qualcosa sulla putrefazione della media borghesia italiana (e sto proprio parlando di medio-alta borghesia, non sto parlando di quella gigantesca, indistinta classe media a cui ogni italiano pensa di appartenere)? ci dicono qualcosa sull'ipocrisia di un paese che nega alle coppie gay il diritto di sposarsi per non "minare la famiglia italiana"? oppure sono solo tre storie private, che nel loro mischiare comportamenti meschini e sentimenti elevati, piccinerie e generosità, parlano solo di persone e non di personaggi?
dimissioni all'italiana
gustavo selva ha ritirato le proprie dimissioni, che aveva presentato in quanto pescato a utilizzare un'ambulanza per farsi portare in uno studio televisivo. motivo: "me lo hanno chiesto i cittadini, sarebbe una mancanza di rispetto nei loro confronti".
in disaccordo con "le posizioni conservatrici e reazionarie della sinistra comunista e di alcuni leader sindacali", emma bonino rimette l'incarico nelle mani del premier, "senza minacciare alcunché, dimissioni o altro". già, perché dare le dimissioni nel paese dei gustavi selva sembra piuttosto "stiloso" (come dicono i giovani), ma c'è sempre il rischio che vengano accettate, quindi meglio "rimettere l'incarico" e aspettarsi in risposta una bella letterina in cui vengono "ribaditi appoggio e fiducia incondizionati".