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was soll ich denn aber in africa als frau, als frau wenn der schwarze mann die schwarze frau kastriert?
nina hagen

che resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani?
aldo busi

mercoledì, 27 giugno 2007

comodo, no?

mesi e mesi sulle prime pagine di tutti i giornali, in apertura di tutti i telegiornali e - suppongo - su tutti i pulpiti ogni domenica, le parrocchie che pagavano il viaggio andata e ritorno e pure il pranzo. e anche così al family day c'era meno gente che al gay pride (lo dice la questura di roma, mica l'arci gay). e dire che, qualsiasi cosa sia stato detto o scritto, la mia sensazione è che al gay pride non ci fossero più di duecentomila persone - gay e lesbiche, di etero ce n'erano davvero pochini.

nonostante questo, un fiasco colossale - come definirlo altrimenti? - ci è stato raccontato come un trionfo, qualcosa destinato a cambiare orientamenti politici e persino equilibri di potere. e naturalmente, grazie al ben noto meccanismo per cui se qualcosa viene detto in televisione diventa vero, gli orientamenti politici e gli equilibri di potere sono effettivamente cambiati.

naturalmente, forse anche giustamente, la sinistra del centrosinistra non è disposta ad aprire una crisi di governo su questi temi. naturalmente i liberali del centrodestra (ma esisteranno davvero?) non sono disposti a votare secondo coscienza anziché in una logica di schieramento (ma qualcuno glielo avrà chiesto?). come dire, la questione a livello di parlamento e governo interessa davvero solo a mastella e binetti, il che determina un ulteriore paradosso: di solito quando un politico della maggioranza si impunta su un tema, è costretto a cedere su altri temi - quid pro quo - ma in questo caso temo che da sinistra nessuno stia chiedendo nulla in cambio.

la destra se ne sta seduta a guardare altri che lavorano per loro. comodo, no?

Postato da: underworld a 10:37 | link | commenti |

venerdì, 15 giugno 2007

agli amici a cui non abbiamo salvato la vita (un post sulla depressione)

why should they seek our gaze? what would they have to say to us? "we" - this "we" is everyone who has never experienced anything like what they went through - don't understand. we don't get it. we truly can't imagine what it was like. we can't imagine how dreadful, how terrifying war is; and how normal it becomes. can't understand, can't imagine. that's what every soldier [...] stubbornly feels. and they are right.

con queste parole la mai abbastanza rimpianta susan sontag chiude "regarding the pain of others", se non ricordo male il suo ultimo saggio.

negli ultimi mesi tre persone a me molto vicine hanno patito gravi forme di depressione. avevo già conosciuto la depressione, di cui ha sofferto per moltissimi anni un mio familiare di primo grado, ma forse perché allora ero troppo giovane, o forse per l'assoluta prossimità di questa persona, non avevo mai colto un aspetto fondamentale della depressione, che susan sontag descrive così efficacemente a proposito delle vittime di guerra: l'immensa solitudine. forse per questo immenso senso di solitudine che la persona depressa prova, la depressione sembra trasformarsi in dimensione totalizzante, che non gli lascia spazio e modo di preoccuparsi di niente altro che non sia la propria malattia (ammesso che di malattia si tratti): "i problemi degli altri sono inezie rispetto al mio problema" o per lo meno "il mio problema è così grosso che non riesco neppure a pensare ai problemi degli altri".

e qui arriva la parte realmente spaventosa: la conseguenza più immediata di questo assoluto "egoismo" del depresso, è che mentre noi "sani" tendiamo a solidarizzare con qualunque altro "malato" , la persona depressa ci fa incazzare, ci fa venire voglia di allontanarci: ci sembra che l'unica possibilità sia che si aiuti da sé (il che genera in noi senso di impotenza e frustrazione, perché mette in crisi uno dei fondamenti della nostra idea di amicizia: "gli amici si vedono nel momento del bisogno") e al tempo stesso abbiamo la sensazione che non faccia niente per aiutarsi, il che alimenta la nostra incazzatura: "ti voglio bene, pertanto se non fai qualcosa per stare meglio, stai facendo qualcosa di male anche contro di me".

questo evidentemente tende a generare senso di colpa e quindi ancora più voglia di allontanarsi. e il senso di solitudine della persona depressa  evidentemente cresce.

tornando al punto della dimensione "totalizzante" della depressione un altro meccanismo inquietante, quando ci rapportiamo a una persona depressa, è che ci sembra che abbia perso la sua individualità: "la persona depressa" diventa "il depresso" e tutti i depressi ci sembrano uguali, assorti nel proprio problemi, impotenti e costretti a reagire tutti nello stesso modo. e qui torniamo al punto di prima, se la persona a cui vogliamo bene smette di essere "persona", anche l'affetto che proviamo si fa più faticoso, meno istintivo e più frutto di una scelta deliberata, quindi in un certo senso "meno affetto".

un corollario: l'unico altro problema che conosco che suscita in noi "sani" lo stesso tipo di reazione (rabbia, fastidio, desiderio di fuga, sensazione di perdità di identità, di individualità) è la dipendenza (tossicomania, alcolismo), la cui "fenomenologia" (non dico sintomatologia perché non sono sicuro che la dipendenza o la depressione siano patologie in senso stretto) mi sembra peraltro molto simile per certi versi a quella dei depressi.

altro tema strettamente relazionato con i precendenti: il depresso destabilizza, spesso pesantemente, chi gli sta intorno. come un sasso scagliato in acqua ferma, che genera cerchi concentrici che si vanno allargando anche se allontanandosi dal centro perdono forza, le richieste di aiuto della persona depressa (sia quelle esplicite - che spesso assumono caratteri ultimativi e/o colpevolizzanti - sia quelle implicite , specie quelle che si comprendono solo a posteriori, dopo qualche crisi particolarmente intensa o gesto eclatante da parte della persona depressa), hanno la capacità di generare lacerazioni profonde nelle persone vicine (sensi di colpa e di inadeguatezza, come si diceva prima, ma anche dubbi sulla reale natura dell'affetto che ci lega alla persona depressa e sulla propria capacità di "sentire" l'altro), spesso anche aggressività sia verso la persona depressa sia reciprocamente tra quelli che gli stanno intorno, che tendono a incolpare l'altro di insensibilità o egoismo.

Postato da: underworld a 13:18 | link | commenti (1) |

cessate-il-cessate-il-fuoco (considerazioni "generazionali" sulla non violenza)
ero in spagna il giorno in cui eta ha dichiarato la fine del cessate il fuoco. colpisce il fatto che dal loro punto di vista l'attentato all'aeroporto di barajas del 30 dicembre non fosse considerata una violazione del cessate il fuoco. il ragionamento che fanno è talmente politicista e capzioso che non ho nemmeno voglia di metterlo per iscritto. ma non è di questo che voglio parlare.

nei giorni successivi naturalmente non si parlava d'altro con amici e conoscenti. riporto qui più o meno fedelmente quello che ho scritto all'amico f., un trentenne italiano che vive in galizia, a commento di una serie di discussioni avvenute a vigo (con lui e la sua compagna, una galiziana che ha vissuto nel paese basco fino a 12 anni) e con altri amici a madrid nei giorni successivi:

"ovviamente ieri sera a madrid a cena con amici è risaltato fuori il tema di eta e del cessate-il-cessate-il fuoco. tutti più o meno di sinistra, il più giovane 28, la più anziana 60; a parte me e un ragazzo peruviano che vive in europa da meno di sei mesi, tutti gli altri spagnoli. sembra che anche qui ci sia parecchio di "generazionale" (e lo dico contro ogni mia radicata convinzione politica, dato che penso che le interpretazioni possano e debbano cambiare ma le buone idee politiche restino più o meno sempre quelle), nel senso che di fronte al "che fare" (e scusa il lessico politico veteromarxista), o più prosaicamente "chi votare", il discorso dei più giovani era analogo al tuo (a fronte di una discriminante fondamentale come quella dell'uso della violenza, un gesto di resistenza individuale e "prepolitica" come l'astensione piuttosto che votare gente pur politicamente affine ma che non prende nettamente le distanze dall'uso della violenza) mentre dalla mia età in su era piuttosto quello di riconoscere che, in un contesto in cui la violenza e la repressione sono parte integrante del conflitto, usare la violenza come discrimine suoni solo come un chiamarsi fuori, ancorché onesto e apprezzabile. ovviamente questa per un non-violento radicale come me è una riflessione molto difficile: l'idea di rifiutare la violenza in sé, senza per questo rifiutare come interlocutore chi la pratica (entro certi limiti, evidentemente), per pragmatismo o per riconoscimento di una ragione "politica" per quanto non condivisibile nelle modalità, continua a sembrarmi l'unica forma di dialogo (oserei anche dire di "appartenenza", se non fosse per il mio viscerale rifiuto del nazionalismo in quanto tale - altro tema molto complesso e paradossalmente analogo al rifiuto della violenza in quanto tale) possibile con una parte minoritaria si, ma non piccola, della società basca, ma anche del resto della spagna. un po' come quando nei '70-'80 si diceva "né con lo stato né con le br": le cose sono andate in tutt'altro modo, purtroppo sappiamo come."

Postato da: underworld a 12:10 | link | commenti |

domani è un altro giorno
così concludevo il post precedente. va detto che il giorno successivo è stato decisamente peggio del precedente. così imparo a scrivere post deprimenti!

Postato da: underworld a 11:58 | link | commenti |

domenica, 10 giugno 2007

dieci giorni in ispagna e una giornata no

più di cinquemila chilometri, tutti in treno e autobus
il mio primo mattrimonio tra gay (nel senso del primo a cui ero invitato)
incontrati quattro curatori di antologie, cinque autori, due traduttori, due docenti e tre case editrici.
ora sono in treno, di ritorno in italia. oggi giornata no, mi è arrivata addosso una di quelle giornate, fortunatamente rarissime, che definirei di "depressione adolescenziale": mi sento solo, mi sento stanco di guerra, mi pare che tutti quelli intorno a me stiano costruendo qualcosa mentre io sto smontando quello che ho costruito finora. mi sento invecchiare, mi sembra che il meglio sia inevitabilmente, ferocemente dietro le spalle. il malumore è arrivato al punto che in un momento determinato ho desiderato avere dei figli.
meno male che domani è un altro giorno.

Postato da: underworld a 23:52 | link | commenti |


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